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Uja di Ciamarella da Pian della Mussa

Uja di Ciamarella

L’Uja di Ciamarella o semplicemente Ciamarella, con i sui 3676 metri di altezza è la cima più alta delle Valli di Lanzo nel torinese ed è situata precisamente nella Val d’Ala.

La sua prima ascensione risale al 1857 d.C. ad opera di Antonio Tonini, pioniere dell’alpinismo di esplorazione e conquista, assieme al suo aiutante Ambrosini.

La salita alla via normale avviene partendo dal Pian della Mussa (1805 m), in prossimità del Rifugio Città di Ciriè, è può essere suddivisa in due giorni pernottando al Rifugio Gastaldi (2659 m).

Questa cima ha per me un significato davvero molto particolare per due motivi: è ben visibile da casa mia, all’inizio delle Valli di Lanzo ed è stata una prima volta sotto molti aspetti.

Il mio tentativo di vetta è avvenuto ormai un po’ di anni fa, per cui non ho un ricordo fotografico dell’intero percorso.

Vorrei quindi trasmetterti con questo racconto, più che altro quella che è stata per me la prima vera esperienza di alpinismo.

Descriverti le mie aspettative, le mie sensazioni, le difficoltà e quello che questa incredibile avventura mi ha lasciato.

Il senso di molti insegnamenti che mi sono portato dietro da questa escursione in alta quota, li avrei capiti solo molto tempo dopo, a seguito di tante altre esperienze.

Il progetto di salita dell’Uja di Ciamarella

Sarà stata la fine di giugno o i primi di luglio del 2012 quando mio cognato Simone propone di salire l’Uja di Ciamarella.

Lui assieme mia sorella Marianna mi hanno avvicinato al mondo della montagna e forse, né io né loro ci saremmo mai immaginati che sarebbe diventata per me uno stile di vita.

Con grande entusiasmo accetto la proposta senza pensarci troppo, forse nell’allora incosciente innocenza, di chi si era appena avvicinato al trekking.

Avevo già partecipato a ben due corsi di arrampicata, ma l’escursionismo in montagna era un’esperienza piuttosto recente per me.

Prima di allora infatti, avevo raggiunto sempre in loro compagnia solo tre cime in tutto: il Monte Freidour (1445 m), lo Zerbion (2722 m) e il Rocciamelone (3538 m), tutti itinerari escursionistici.

Salire la Ciamarella sarebbe stata la prima esperienza assoluta di alpinismo, un’occasione per vivere in prima persona le sensazioni di cui leggevo nei racconti di montagna, che cominciavo avidamente a divorare.

I preparativi e la partenza

Allora mancavo ancora di diverse attrezzature, che mi prestarono quindi per poter affrontare i due giorni che stavano per cominciare.

Non avevo neanche lo zaino, ma avevo investito nel comprarmi gli scarponi d’alta quota, che ovviamente vista l’inesperienza di allora sbagliai.

Acquistai dei validissimi La Sportiva Nepal Extreme, considerati tra i migliori scarponi in assoluto per la pratica dell’alpinismo.

Per le mie caratteristiche fisiche però sono risultati decisamente troppo rigidi e pesanti.

Da questi avrei tratto uno dei primi importanti insegnamenti: le calzature sono un’attrezzatura davvero di fondamentale importanza in montagna e il loro peso, non è un’aspetto da sottovalutare.

Un’altra cosa di cui mi accorsi subito, fu che preparare lo zaino in modo intelligente, non è poi così scontato.

Ricordo che mi vennero a prendere intorno alle tre del pomeriggio e dopo aver caricato tutto il necessario in macchina, partimmo entusiasti alla conquista dell’Uja di Ciamarella.

Ecco il racconto della nostra avventura.

Pian della Mussa
Al Pian della Mussa ci attendono nubi compatte

Al Pian della Mussa

Arriviamo al Pian della Mussa, che si trova sopra il comune di Balme, intorno alle 16:30 e lasciamo la macchina pochi metri sotto il Rifugio Ciriè.

È il 28 luglio del 2012 e fa caldo nonostante la giornata sia tutt’altro che favorevole.

Il cielo è molto coperto e minaccia pioggia, non a caso l’aria è colma di un’umidità, che ti si appiccica addosso come se fossimo ancora in pianura.

Imparo un’altra lezione importante!

Quando una salita ti impegna per più giorni è lecito decidere di partire anche con il tempo non proprio ottimale se il giorno della vetta la meteo è favorevole.

Certo questo non vuol dire che devi andare a tutti i costi senza cognizione, deve esserci sempre e comunque una ragionevole sicurezza.

La decisione di salire è stata presa, perché il tragitto fino al Rifugio Gastaldi non presenta particolari difficoltà e perché danno solo deboli piogge nel tardo pomeriggio.

Nei nostri piani contiamo di essere al rifugio intorno alle 18:30.

Sentiero verso rifugio Gastaldi
La parte iniziale del sentiero verso il rifugio Gastaldi
Indicazioni al Pian dei Morti
I cartelli al Pian dei Morti

Dal Rifugio Ciriè al Rifugio Gastaldi

Lasciamo il Pian della Mussa per incamminarci sullo stretto sentiero che parte al di la del torrente Stura e sale subito piuttosto deciso su fondo a tratti roccioso e sconnesso.

Il peso dello zaino carico di tutte le attrezzature per affrontare l’intera escursione, costringe ad un passo piuttosto tranquillo; Economizziamo le energie.

La salita fino al Pian dei Morti che raggiungiamo in circa un’ora, è caratterizzata da una sequenza di ripidi tornanti, che lasciano il posto ad una ampia zona poco pendente.

Purtroppo le nubi compatte annullano completamente lo scenario attorno a noi.

Raggiunto quindi il bivio con i numerosi cartelli in legno in prossimità di un grosso masso, andiamo a sinistra.

Iniziamo ad addentrarci in un ambiente sempre più selvaggio, guadagnando costantemente quota con pendenze non esagerate, ma che si fanno comunque sentire.

Numerose tracce tagliano il sentiero principale verso la Ciamarella, salendo decisamente più ripide.

Sono quello che risulta essere il percorso di una nota gara di trail running del posto: la Vertical Race Pian della Mussa-Rifugio Gastaldi.

Affrontiamo una zona più ripida che forma una strettoia, in cui si supera anche un brevissimo tratto attrezzato.

Ha cominciato a piovere per cui dobbiamo fare un minimo di attenzione al terreno un po’ scivoloso, ma ormai siamo molto vicini.

Ancora 10-15 minuti di strada praticamente in piano, ci consentono di raggiungere il Rifugio Gastaldi, che in verità vediamo solo quando è ormai davanti al nostro naso.

Dietro a fare da contorno ci sarebbe la straordinaria mole della Bessanese (3601 m), che vedrò bene però solo diversi anni più tardi, quando tornerò qui per raggiungere la cima della Rocca Turo (2757 m).

Escursione al Rifugio Gastaldi
Avvolti nelle nebbie verso il rifugio Gastaldi
Rifugio Gastaldi
Arrivo al rifugio Gastaldi
Rifugio Gastaldi e Bessanese
Rifugio Gastaldi e Bessanese durante la salita alla Rocca Turo

Sportler tutto per l'outdoor


Pernottamento al Gastaldi

Il Rifugio Gastaldi è stata un’altra prima volta per me, cioè quella in cui ho cenato e pernottato in un vero rifugio di alta montagna.

Ricordo quella sensazione di ambiente accogliente, dove entri ciabatte ai piedi con il calore del camino che scalda l’aria, mentre fuori fa freddo ed ha appena smesso di piovere.

Non ho esatta memoria di quale fu la cena, ma mi sembra ci fossero tortellini in brodo e il bollito, insomma uno dei classici pasti da rifugio, ovviamente seguito da una torta fatta in casa.

Nella stanza si sentiva un pacato chiacchierare, di chi come noi iniziava a sognare l’alba del giorno dopo, in cui ci saremmo messi in marcia ognuno verso i propri obiettivi.

Il rifugista faceva il giro dei tavoli per scambiare qualche parola con tutti e informarsi su quali fossero le nostre mete.

Come noi, un’altra cordata si sarebbe diretta verso l’Uja di Ciamarella, mentre altri due ragazzi avrebbero tentato di salire la Bessanese dallo Spigolo Murari.

Dopo cena giocammo un po’ a carte, ma andammo comunque a dormire presto, visto la sveglia prevista per le 4:30.

Un altro importante insegnamento di questa esperienza è stato che difficilmente in rifugio si riesce a dormire.

Soprattutto nei vecchi rifugi ancora composti di grandi camerate come questo, chiudere occhio è una vera sfida.

Quando la sveglia suonò i nostri occhi in realtà erano già aperti da diverso tempo, ma quello era il segnale che dovevamo alzarci, fare colazione e prepararci a partire.

Serata al Rifugio Gastaldi
La mia prima volta in rifugio
Alba Rifugio Gastaldi
All’alba lasciamo il rifugio Gastaldi
Ciamarella mulattiera
Imbocchiamo la mulattiera, di fronte a noi la Ciamarella

Verso il ghiacciaio dell’Uja di Ciamarella

Zaini in spalla, partiamo poco prima delle 6 mentre albeggia imboccando una mulattiera sulla destra del rifugio, indicato anche da un cartello in legno.

In breve davanti a noi si mostra in tutto il suo splendore la Ciamarella, ieri nascosta dalle spesse nubi.

L’ambiente in cui siamo immersi è veramente tanto selvaggio quanto straordinario, composto da ciottoli, sfasciumi e grossi massi.

L’itinerario si svolge attraverso una traccia segnata da qualche bollo bianco e rosso e alcuni ometti di pietra che indicano la via da seguire.

Lungo la marcia verso la nostra cima attraversiamo un paio di piccoli nevai, che resistono ancora alle temperature estive.

Arriviamo in prossimità di un torrente, impieghiamo qualche minuto per trovare il punto in cui superarlo, ma poi lo individuiamo.

Passati oltre imbocchiamo una ripida traccia che supera una pietraia prima e percorre poi tutta la morena glaciale, fino a raggiungere una fascia rocciosa dove risaliamo alcune facili placche.

Seguendo i moltissimi ometti arriviamo sulla sommità di un dosso e riscendiamo per alcuni metri dalla parte opposta.

Raggiungiamo così la lingua terminale del ghiacciaio dell’Uja di Ciamarella ed un piccolo lago glaciale.

Non ricordo se fu il gestore del Gastaldi a raccontarci che negli anni ’50 il ghiacciaio si trovava a circa 200 metri dal rifugio.

Oggi abbiamo camminato per più di tre ore per raggiungerlo, ma finalmente eccolo lì davanti a noi.

L’altra cordata formata da due ragazzi e già più avanti impegnata nel superarlo, mentre noi tiriamo fuori le attrezzature dallo zaino per affrontarlo in sicurezza.

Nevai sulla Ciamarella
Attraversiamo i nevai verso il ghiacciaio della Ciamarella
morena della Ciamarella
Attraverso la morena
Ghiacciaio Ciamarella
Raggiungiamo il ghiacciaio della Ciamarella

Sul ghiacciaio dell’Uja di Ciamarella

L’attraversamento del ghiacciaio dell’Uja di Ciamarella è stata la mia prima esperienza di questo tipo.

Non avevo mai calzato i ramponi o utilizzato una picozza da alpinismo classico prima di quel momento.

Per superarlo si compie un ampio semicerchio in senso orario, fino a raggiungere un vasto anfiteatro quasi in piano poco più di 300 metri sotto la cima.

La prima parte del ghiacciaio è uno scivolo piuttosto ripido, che trovammo abbastanza secco e duro.

Non mi fu semplice camminarci sopra visto che le punte dei ramponi non facevano una grandissima presa.

Ero piuttosto impacciato e non ero decisamente pratico a camminare su quel tipo di terreno, ma in discesa sarebbe stato anche peggio!

Questo tratto mi sembro durare un’eternità, ma probabilmente non saranno passati più di 45 minuti fino a quando raggiungemmo la parte alta del ghiacciaio, più pianeggiante e solcato da qualche crepaccio.

Ci addentriamo fin sotto la cima della Ciamarella, ma ormai sono le 10:30 e si sta facendo un po’ tardi.

Avremmo ancora circa un’ora per arrivare in vetta, più tutta la discesa: siamo poco oltre i 3300 metri.

Mi sento un po’ stanco, ma non in maniera esagerata.

Simone il nostro capocordata decide comunque che è meglio cominciare la discesa, anche perché alcune nuvole sembrano assembrarsi vicino alla punta.

Che disfatta!

Per la prima volta assaporo l’amaro gusto di quella che mi appare come una sconfitta.

Ricordo che mi diede una gran delusione e li per lì non capii il senso di quella decisione, ma non avrei tardato a comprenderlo.

Ghiacciaio dell'Uja di Ciamarella
Una cordata ci precede sulla prima parte del ghiacciaio
Sul ghiacciaio della Ciamarella
Sul ghiacciaio della Ciamarella
Anfiteatro glaciale Uja di Ciamarella
Nell’anfitetro glaciale sotto la cima della Ciamarella

L’estenuante discesa dalla Ciamarella

La prima parte della discesa è stata un supplizio, vedere verso il basso sullo scivolo del ghiacciaio mi metteva ansia, facendomi camminare peggio che durante la salita.

L’inclinazione mi costringeva a camminare con un’innaturale flessione della caviglia, che ovviamente dopo poco ha cominciato a farmi male.

Se la salita mi era sembrata eterna, la discesa pareva davvero non finire mai.

Impiegammo un bel po’ a venir giù per colpa mia, che non riuscivo a progredire in maniera fluida e cominciavo a perdere di concentrazione per la stanchezza.

Dalla fine del ghiacciaio, torniamo al Pian della Mussa per un’altro percorso più diretto che passa dal Pian del Gias, itinerario che alcuni percorrono per salire in giornata.

Quando finalmente ore dopo arriviamo nei pressi del Pian dei Morti, sono davvero sfinito, ho male ovunque: spalle, cosce, ginocchia, caviglie, piedi.

Lo stress della fatica mi fa addirittura arrivare a piangere.

Nella discesa dell’ultimo tratto che riconduce al Pian della Mussa, ho le gambe cosi pietrificate che per muoverle mi aiuto con le mani, quando devo scendere qualche piccolo scalino di roccia.

Questa agonia finisce più o meno intorno alle 15:30, quando finalmente raggiungiamo il Rifugio Ciriè che mi sembra un miraggio.

Possiamo inoltre mangiare e bere a dovere recuperando così forze, dopo essere ridiscesi per 1500 metri ed aver camminato per quasi 12 ore ininterrotte.

La pesantezza dei miei La Sportiva Nepal Extreme si è fatta davvero sentire.

Nonostante tutto li terrò con me comunque per una decina di anni, prima di decidere di sostituirli con dei più leggeri Salewa Crow.

Crepacci ghiacciaio Ciamarella
Vicino ai crepacci salendo verso l’anfiteatro glaciale

Gli insegnamenti dell’Uja di Ciamarella

A dispetto delle previsioni meteo che davano peggioramenti da metà pomeriggio il cielo è abbastanza pulito, tanto da mostrare in tutto il suo splendore la cima appena mancata.

Mi ci è voluto molto tempo per digerire il fallimento di questa salita, ma dopo anni facendo un’analisi razionale di quella esperienza, capisco che sono stati tanti gli insegnamenti che mi ha lasciato.

La decisione di scendere nonostante la vicinanza alla cima è stata indiscutibile.

Probabilmente saremmo anche potuti arrivare in vetta, ma il mio non adeguato allenamento e la poca dimestichezza di allora con l’ambiente, potevano rivelarsi una combinazione assai pericolosa.

Anni dopo mi sono trovato nella stessa posizione di mio cognato sul Gran Paradiso.

Infatti, a circa un’ora dalla vetta ho deciso di scendere per essere sicuro che Patrizia, la mia compagna, avesse ancora sufficienti energie per rientrare, ma questa è un’altra storia.

In quei momenti senti tutto il peso della responsabilità di chi accompagni in montagna sulle tue spalle, non è facile rimanere calmi e lucidi.

Da allora non ho mai più tentato di salire l’Uja di Ciamarella purtroppo.

Il ricordo traumatico della fatica di allora mi ha sempre frenato, anche se oggi probabilmente riuscirei senza problemi a raggiungerne la vetta.

Chissà, magari scrivere di questa esperienza, che ritengo essere stata davvero straordinaria, mi darà la spinta per riprovarci a breve e tornare quindi qui a completarne il racconto.

Ora cominciavo a comprendere molto più chiaramente, quali sforzi richiedessero le avventure dei grandi alpinisti di cui leggevo i libri.

Quali sacrifici, quali fatiche fisiche e mentali, hanno dovuto superare per portare a termine imprese epiche.

Mi è stato quindi più chiaro cosa si intende quando si dice “la montagna è sofferenza”.

Conclusioni

La salita all’Uja di Ciamarella è un’escursione alpinistica considerata facile (F), dove come sempre ti invito a riflettere sul fatto che non significa quindi che sia banale.

Il dislivello positivo da superare per toccare la sua cima è di circa 1850 metri e l’intera escursione richiede dalle 10 alle 12 ore complessive per salire e scendere.

Ovviamente richiede una buona preparazione atletica, la capacità di sapersi muovere in ambiente di alta montagna e l’impiego delle attrezzature necessarie per affrontare in sicurezza il ghiacciaio.

Per la descrizione dell’intero itinerario ti rimando al sito del CAI di Lanzo.

Qui puoi trovare una descrizione davvero molto dettagliata, con tanto di traccia dei due diversi percorsi. (Leggi la relazione).

È stata davvero dura, ma c’è l’ho comunque fatta nonostante la vetta mancata.

Questo è forse l’insegnamento più grande che mi porto da questa esperienza: quando le fatiche fanno sì che il corpo non ti aiuti più è la testa che ti fa trovare le energie necessarie a continuare.

Spero che questo racconto ti abbia fatto meglio comprendere quali possono essere le difficoltà e le considerazioni da fare per affrontare qualsiasi tipo di escursione in montagna.

Mi auguro di essere riuscito a trasmetterti le sensazioni che provai nella mia prima esperienza di alpinismo e che il racconto ti sia piaciuto.

Ti chiedo quindi la cortesia di lasciare un like o un commento se lo desideri e soprattutto, di condividere questo articolo sui tuoi profili social per aiutarmi a farlo conoscere.

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A presto!


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2 risposte

  1. Marco ha detto:

    Davvero un bel racconto che fa luce sulla bellezza ma anche sulle difficoltà dell’andare in montagna e ci fa tornare il sorriso in un momento così difficile.

    • allmountainsite ha detto:

      Grazie Marco per il tuo commento.
      Sono contento di essere riuscito a trasmettere le difficoltà che incontrai allora, in quella che fu per me un’esperienza straordinaria al tempo stesso dura, ma anche di grande insegnamento.
      Speriamo di tornare presto alle nostre amate montagne, così da avere l’occasione per chiudere anche i sospesi.

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